XXVI Domenica del Tempo Ordinario – (Anno C) – Luca 16,19-31 – La parabola del ricco epulone. 

 

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a cura di Giovanna Busolini

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Libro di Amos 6,1.4-7. 
Cosi dice il Signore omnipotente: "Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! Questi notabili della prima tra le nazioni, ai quali si recano gli Israeliti! 
Essi su letti d'avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. 
Canterellano al suono dell'arpa, si pareggiano a David negli strumenti musicali; 
bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. 
Perciò andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l'orgia dei buontemponi." 

Salmi 146(145),7.8.9.10. 
Il Signore rende giustizia agli oppressi, 
dà il pane agli affamati. 
Il Signore libera i prigionieri.

Il Signore ridona la vista ai ciechi, 
il Signore rialza chi è caduto, 
il Signore ama i giusti, 

il Signore protegge lo straniero, 
egli sostiene l'orfano e la vedova, 
ma sconvolge le vie degli empi. 
Il Signore regna per sempre, 
il tuo Dio, o Sion, per ogni generazione. 

Prima lettera di san Paolo apostolo a Timoteo 6,11-16. 
Carissimo, tu, uomo di Dio, fuggi queste cose; tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. 
Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni. 
Al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose e di Gesù Cristo che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, 
ti scongiuro di conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, 
che al tempo stabilito sarà a noi rivelata dal beato e unico sovrano, il re dei regnanti e signore dei signori, 
il solo che possiede l'immortalità, che abita una luce inaccessibile; che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere. A lui onore e potenza per sempre. Amen. 

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 16,19-31. 
In quel tempo, Gesù disse ai farisei: « C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. 
Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. 
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 
Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. 
Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. 
Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. 
Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. 
E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento. 
Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. 
E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. 
Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi ». 

divisore con violettaCarissimi,

anche questa volta, trattandosi di un testo molto lungo, mi limito a trascrivere la Parabola così come la raccontò Nostro Signore al Suo Popolo. Come Lui stesso dice: "Questa la parabola, il cui significato è così chiaro da non meritare neppure una spiegazione….”  

divisore con violetta

Maria Valtorta: L'Evangelo come mi è stato rivelato. [191.5-9], ed. CEV.

 


LA PARABOLA DEL RICCO EPULONE.

5[…] "Ed ora che abbiamo separato il bisogno del corpo da quello dell'anima con un atto di amore al fanciullo, ascoltate la para­bola che ho pensata per voi. 

Vi era un tempo un uomo molto ricco. Le vesti più belle era­no le sue, e nei suoi abiti di porpora e di bisso si pavoneggiava nelle piazze e nella sua casa, riverito dai cittadini come il più potente del paese, e dagli amici che lo secondavano nella sua superbia per averne utile. Le sue sale erano aperte ogni giorno in splendidi banchetti in cui la folla degli invitati, tutti ricchi, e perciò non bisognosi, si pigiavano adulando il ricco Epulone. I suoi banchetti erano celebri per abbondanza di cibi e di vini prelibati.

Ma nella stessa città vi era un mendico, un grande mendico. Grande nella sua miseria come l'altro era grande nella sua ric­chezza. Ma sotto la crosta della miseria umana del mendico Lazzaro vi era celato un tesoro ancor più grande della miseria di Lazzaro e della ricchezza dell'Epulone. Ed era la santità ve­ra di Lazzaro. Egli non aveva mai trasgredito alla Legge, nep­pure sotto la spinta del bisogno, e soprattutto aveva ubbidito al precetto dell'amore verso Dio e verso il prossimo.

Egli, come sempre fanno i poveri, si accostava alle porte dei ricchi per chiedere l'obolo e non morire di fame. E andava ogni sera alla porta dell'Epulone sperando averne almeno le bricio­le dei pomposi banchetti che avvenivano nelle ricchissime sale. Si sdraiava sulla via, presso la porta, e paziente attendeva. Ma se l'Epulone si accorgeva di lui lo faceva scacciare, perché quel corpo coperto di piaghe, denutrito, in vesti lacere, era una vista troppo triste per i suoi convitati. L'Epulone diceva così. In realtà era perché quella vista di miseria e di bontà era un rim­provero continuo per lui.

Più pietosi di lui erano i suoi cani, ben pasciuti, dai preziosi collari, che si accostavano al povero Lazzaro e gli leccavano le piaghe, mugolando di gioia per le sue carezze, e giungevano a portargli gli avanzi delle ricche mense, per cui Lazzaro so­pravviveva alla denutrizione per merito degli animali, perché per mezzo dell'uomo sarebbe morto, non concedendogli l'uomo neppure di penetrare nella sala dopo il convito per raccogliere le briciole cadute dalle mense.

6Un giorno Lazzaro morì. Nessuno se ne accorse sulla Terra, nessuno lo pianse. Anzi ne giubilò l'Epulone di non vedere quel giorno né poi quella miseria che egli chiamava "obbro­brio" sulla sua soglia. Ma in Cielo se ne accorsero gli angeli. E al suo ultimo anelito, nella sua tana fredda e spoglia, erano presenti le coorti celesti, che in un folgoreggiare di luci ne rac­colsero l'anima portandola con canti di osanna nel seno di Abramo.

Passò qualche tempo e morì l'Epulone. Oh! che funerali fa­stosi! Tutta la città, che già sapeva della sua agonia e che si pi­giava sulla piazza dove sorgeva la sua dimora per essere notata come amica del grande, per curiosità, per interesse presso gli eredi, si unì al cordoglio, e gli ululi salirono al cielo e con gli ululi del lutto le lodi bugiarde al "grande", al "benefattore", al "giusto" che era morto.

Può parola d'uomo mutare il giudizio di Dio? Può apologia umana cancellare quanto è scritto sul libro della Vita? No, non può. Ciò che è giudicato è giudicato, e ciò che è scritto è scrit­to. E, nonostante i funerali solenni, l'Epulone ebbe lo spirito sepolto nell'Inferno.

Allora, in quel carcere orrendo, bevendo e mangiando fuoco e tenebre, trovando odio e torture in ogni dove e in ogni attimo di quella eternità, alzò lo sguardo al Cielo. Al Cielo che aveva visto in un bagliore di folgore, in un atomo di minuto, e la cui non dicibile bellezza gli rimaneva presente ad essere tormento fra i tormenti atroci. E vide lassù Abramo. Lontano, ma fulgi­do, beato… e nel suo seno, fulgido e beato pure egli, era Lazza­ro, il povero Lazzaro un tempo spregiato, repellente, misero, ed ora?… Ed ora bello della luce di Dio e della sua santità, ricco dell'amore di Dio, ammirato non dagli uomini ma dagli angeli di Dio.  

Epulone gridò piangendo: "Padre Abramo, abbi pietà di me! Manda Lazzaro, poiché non posso sperare che tu stesso lo faccia, manda Lazzaro ad intingere la punta del suo dito nell'acqua e a posarla sulla mia lingua per rinfrescarla, perché io spasimo per questa fiamma che mi penetra di continuo e mi arde!".

Abramo rispose: "Ricordati, figlio, che tu avesti tutti i beni in vita, mentre Lazzaro ebbe tutti i mali. E lui seppe del male fare un bene, mentre tu non sapesti dei tuoi beni fare nulla che male non fosse. Perciò è giusto che ora lui sia qui consolato e che tu soffra. Inoltre non è più possibile farlo. I santi sono sparsi sulla Terra perché gli uomini di loro se ne avvantaggino. Ma quando, nonostante ogni vicinanza, l'uomo resta quello che è – nel tuo caso, un demonio – è inutile poi ricorrere ai santi. Ora noi siamo separati. Le erbe sul campo sono mescolate. Ma una volta che sono falciate vengono separate dalle buone le malvagie. Così è di voi e di noi. Fummo insieme sulla Terra e ci cacciaste, ci tormentaste in tutti i modi, ci dimenticaste, con­tro l'amore. Ora siamo divisi. Tra voi e noi c'è un tale abisso che quelli che vogliono passare da qui a voi non possono, né voi, che lì siete, potete valicare l'abisso tremendo per venire a noi".

7Epulone piangendo più forte gridò: "Almeno, o padre san­to, manda, io te ne prego, manda Lazzaro a casa di mio padre. Ho cinque fratelli. Non ho mai capito l'amore neppure fra pa­renti. Ma ora, ora comprendo cosa è di terribile essere non amati. E, poi che qui dove io sono è l'odio, ora ho capito, per quell'atomo di tempo che vide la mia anima Iddio, cosa è l'Amore. Non voglio che i miei fratelli soffrano le mie pene. Ho terrore per loro che fanno la mia stessa vita. Oh! manda Lazzaro ad avvertirli di dove io sono, e perché ci sono, e a dire loro che l'Inferno è, ed è atroce, e che chi non ama Dio e il prossimo all'Inferno viene. Mandalo! Che in tempo provvedano, e non abbiano a venire qui, in questo luogo di eterno tormento".

Ma Abramo rispose: "I tuoi fratelli hanno Mosè ed i Profeti. Ascoltino quelli".

E con gemito di anima torturata rispose l'Epulone: "Oh! pa­dre Abramo! Farà loro più impressione un morto… Ascoltami! Abbi pietà!".  

Ma Abramo disse: "Se non hanno ascoltato Mosè ed i Profe­ti, non crederanno nemmeno ad uno che risusciti per un'ora dai morti per dire loro parole di Verità.  E d'altronde non è giu­sto che un beato lasci il mio seno per andare a ricevere offese dai figli del Nemico. Il tempo delle ingiurie per esso è passato. Ora è nella pace e vi sta, per ordine di Dio che vede l'inutilità di un tentativo di conversione presso coloro che non credono neppure alla parola di Dio e non la mettono in pratica".

Questa la parabola, il cui significato è così chiaro da non meritare neppure una spiegazione….”  

5 thoughts on “XXVI Domenica del Tempo Ordinario – (Anno C) – Luca 16,19-31 – La parabola del ricco epulone. 

    1. I’m very glad for you! Also for you, in case of need I may give the English version of this Gospel. Peace be with you. GIovanna

  1. Mi viene in mente quel funerale fatto con la carrozza tirata da 4 cavali, banda musicale che inneggia al "padrino" ecc… Invece quanti poveracci ricevono un funerale che passa inosservato per la gente spettatrice. Sicuramente la vera festa è quella che faranno gli Angeli davanti al Signore quando accolgono i giusti, nel Regno di pace, di Amore, dove Gesù ci prepara un posto nella casa del Padre suo.

    1. Verissimo Carmelo! Noi sappiamo che Gesù è un Giusto Giudice e che ricompenserà i Suoi Figli con una felicità eterna!! La pace sia con te. Giovanna

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